Promemoria

- Ne vuoi?

- No, no, grazie!

Said ti guarda dritto negli occhi, gentile che sembra uscito da un presepe. Gli pare normale condividere con te quel poco che gli resta.

- Tanto domani ne arriva ancora.

E lo rimette in tasca.

- Fumi molto?

- Sì… sì, lo so che non devo fumare e che mi fa male, lo sento. Ma qui non c’è niente da fare, il giorno non c’è niente da fare. Esco per strada e nessuno mi guarda, nemmeno se mi sbatte contro. Prendo l’autobus e tutti mi guardano, pure quelli che non hanno il biglietto come me. Anche la notte non c’è niente da fare qui… e poi la notte ho i pensieri.

Ti guardi attorno e li vedi, i pensieri; sono le buste della spesa vuote sul pavimento, una valigia sotto il letto sfondato, una foto e tre fogli stropicciati sopra una cassetta di legno.

Il fratello, sul letto, guarda la televisione; si tiene una mano sulla pancia. Nemmeno immagina che tra due mesi sarà in un reparto di terapia intensiva, appeso a un filo, attaccato ai tubi, e Said fuori dalla porta con i fogli in mano. Chissà se almeno quel dottore sarà riuscito a guardarlo in faccia.

Ormai è tardi e devi andar via, ma Said ti segue nel corridoio di cartongesso.

- Parliamo fuori, qui fa troppo freddo.

Fa freddo anche fuori dalla porta, nell’androne del seminterrato ma Said vuole parlare.

- Quello lì deve farsi vedere, tossisce sempre ma è testardo. Io gli dico ma lui non fa niente.

Ti resta poco da dirgli; soprattutto non c’è niente che lui già non sappia. Said è lucido, stanco e la notte ha i pensieri.

Per terra le mattonelle rosse scivolano sotto i piedi.

- Ciao, Said.

- Aspetta. Quando torni?

- Giovedì.

Ma tornerà qualcun’altro.

I cinque scalini del seminterrato ti portano subito alla strada del bosco e allora, dall’ingresso della palazzina, vedi la porta di Said che già si è chiusa. Accanto c’è la porta di Vìlmos; senti Nana abbaiare – una cagnetta col pelo lungo – e anche quella luce da sotto la porta si spegne.

Vìlmos e sua moglie, se li incontri una volta, poi te li ricordi, per la risata roca di lei e i discorsi annebbiati di lui. “Sono belli i tatuaggi, ma non quelli grandi che coprono tutto il corpo”, ti dice mentre scopre un avambraccio robusto ricamato di ancore, fiori e segni, per farsi misurare la pressione. L’ultima volta che lo vedi Vìlmos ride, stanco di troppi discorsi sul bere, mangiare e fumare. Ti offre un dito di vino aspro che lascia un’unghia rossa sul bicchiere; ma lui sta bene, placido, con la moglie robusta e simpatica che di lì a due mesi sarà tornata in Ungheria lasciandolo solo; o sarà stato lui a voler rimanere solo. Questo non puoi saperlo.

Ma ormai sei fuori, tutto questo è già successo, anche se loro ci sono davvero dietro quella porta. E se alzi il naso, adesso puoi vedere tutta la palazzina, aguzza, sfuocata dalle poche luci ancora accese. C’è Réka, al primo piano, che non ha ancora smesso di lavorare. Di giorno raccoglie i fili di rame fra l’immondizia della città – quando non fa le pulizie in nero – e la sera, dopo aver messo i bambini a letto, comincia a bruciare i fili nella stufa della stanza. Così la plastica lascia il rame che lei può rivendere all’Osmannoro. “Un euro e mezzo al kilo”, ti dice prendendosi un lembo della sottana per asciugarsi le mani di bronzo. Ma stasera i bambini sono irrequieti. Li senti ancora vociare; soprattutto lamentarsi. L’infezione non è ancora guarita.

Più su ancora è tutto un calpestio di vetri. All’ultimo piano ci stanno in pochi, sciolti, aggressivi e insicuri. Se ci vai, fai in modo di non disturbare, oppure siediti e bevi un bicchiere con loro, lì che sembra un suq svuotato di tutto. L’alcol, alla fine, ti farà passare anche il mal di denti, ti dicono.

Gli alberi del bosco ti aprono la strada e cominciano a incorniciare la vista della palazzina con le fronde. Il bosco è umido, gocciola e copre tutto attorno. Vedi solo alberi e buio ma a destra, facendo un po’ d’attenzione, risalendo trovi un bellissimo castello vuoto, con le finestre murate.

Se ti volti indietro, di Said, Vìlmos e Réka non c’è che una luce tra i rami, ma la strada è ripida e il fiato che rincorri ti fa tenere la testa avanti. E già ti sembra di vedere un’altra luce poco più su.

E’ la casa all’inizio del bosco, ma ormai è tardi. Eppure gliel’avevi detto di aspettarti, che ti saresti fermato risalendo, che la frattura era meglio controllarla ancora e dovevi lasciare il disinfettante a qualcuno. Ora tutti dormono; o almeno tutto sembra dormire e le porte non si apriranno.

Butti la sigaretta appena uscito dal cancello. Chissà se fuma anche Said adesso, steso a guardare il soffitto di vetro spalancato sul suo Marocco, accucciato vicino alla finestra di cartone. Lui che ha i pensieri.

Il metronotte, abituato a vederti non apre nemmeno gli occhi e il cancello stride mentre lo riaccompagni. E vorresti anche vedere che ti dicesse qualcosa, dopo l’altra sera: un posto così sarà anche adatto a frequentazioni clandestine per lui – anche se è il metronotte, anche se sta lavorando – ma a te sembra tanto brutto mischiare un amore da due lire in un posto che sembra un presepe, anche se resti solo ai suoi margini.

In cima alla strada adesso la palazzina non si vede più; ora è tutta discesa. La panoramica sopra Firenze è bella, pulita, circondata dalle colline. E proprio sulle colline, sui poggi, si trovano queste immense, nascoste postazioni privilegiate. Sembra che se li sappiano scegliere proprio bene i posti da occupare. In verità non sceglie mai nessuno; semmai sono loro a esser scelti da questi posti. Sono quasi tutte vecchie costruzioni sanitarie. La palazzina aguzza era un sanatorio per la tubercolosi; l’altro, là di fronte a te, oltre Firenze, inghiottito nel buio, era un ospedale militare; sotto a sinistra, sul fianco della collina una vecchia casa di cura.

La strada ti porta a casa veloce. In città fa meno freddo, i palazzi sono bui e qui c’è luce per le strade. Adesso è tutto al contrario, ma, come in un presepe, è proprio nelle case sulle colline che vorresti entrare per vedere che cosa c’è dentro.

Quando ti sdrai nel letto, sprofondi; sotto non ci sono valigie, non c’è il pavimento umido ma comunque sai che, ripercorrendo uno per uno i tuoi ultimi passi, potresti tornare lì da loro e ritrovarci tutto, esattamente come lo ricordi; le luci, i muri di carta, il pavimento umido, il soffitto di vetro, le statuine del presepe. Niente di particolare, in fondo; solo un promemoria per sapere tu chi sei, dove sei e che cosa hai intorno.

Fino al giovedì successivo.

di Guido Benedetti, da Città senza dimoraMedici per i Diritti Umani

MEDU

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Un-control

Never Been

Listen

Every man is a moon and has a side
which he turns toward nobody:
you have to slip around behind
if you want to see it.

Mark twain

-

Gottcha!
No, no, no.. You cheater!
Com’on! You lost, I won!
No, no, no..
Looser..
It’s unfair! That’s it!
No, pal, it’s just I spent so many nights, as a child, catching fireflies in a bottle..

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Never Been

Never Been

So, let us not be blind to our differences – but let us also direct attention to our common interests and to the means by which those differences can be resolved. And if we cannot end now our differences, at least we can help make the world safe for diversity. For, in the final analysis, our most basic common link is that we all inhabit this small planet. We all breathe the same air. We all cherish our children’s future. And we are all mortal. (JFK)

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William

William

A banquet of unusual dishes

Both the sky and the earth unveiled their inner nature..
The gasping earth, pale, shaking..
The cluttered sky, tragic, unfolded..
White, white in the silent quake
A house appeared and suddenly vanished..
Like an large, appalled eye
Opened, shut in the dark night.. (GP)

Illusion was my only bliss..
And you, poet, tell me
Is there something stiff?
Nop!
Aside from illusion, nothing is stiff.. (X)

Only the two of us smoking are left here
On these chairs.
The gecko and me. (X)

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None but zero

34

Here, 1979 -2012

Thirty-four
Thirty-three Thirty-two Thirty-one
Thirty Twenty-nine Twenty-eight
Twenty-seven Twenty-six Twenty-five
Twenty-four Twenty-three
Twenty-two Twenty-one
Twenty
Nineteen
Eighteen Seventeen
Sixteen Fifteen
Fourteen Thirteen Twelve
Eleven Nine Eight
Seven Six Five
Four Three
Two
One
None but zero
And here, on this rotten terrace, I finally feel whole, one..
How does it feel to live on the step below the lower step?
How does it feel to live when you have leaved five seasons only?
Imagine a crèche, tiny but wide and vast. Exotic. Pieces of water sewn together, with grass as thread. Thousands of slim wooden columns and branches to break up its silhouette. Just a few of gnarled cows and corps made parched by the sun as a clod.
Here it is, their valley.

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Healthy colors

Healthy colors

Da una nota di 4 anni fa..

Dario è un medico pittore. Davvero. E’ diventato medico nel 2003 ma dipinge fin dal 1986 quando era ancora un bambino. I pittori romantici sono i suoi preferiti ma gli squarci di colore degli impressionisti sono quelli che più di altri lo scuotono di dentro.
Ammettiamolo, adesso che è cresciuto e fa il medico, Dario non trova più molto tempo per dipingere e questo gli dispiace; ma, a volte, l’occhio, che pur si è fatto avvezzo ai colori e ai pallori dei suoi pazienti, trova ancora in ciò che vede qualcosa degli accostamenti di luce dei suoi maestri preferiti. E così capita che un giorno di settembre gli ricordi una bagnante di Seurat, che la nebbia di febbraio evochi un vortice bianco di Friedrich, che un giorno in pieno sole esploda ai suoi occhi con la potenza delle tele di Sisley. Ormai sa che con la luce cambia l’apparenza e si svela la realtà.

Dario vive a Firenze, gli anni all’università sono lontani nella sua testa e fa una vita tranquilla.
Un giorno, di questo ottobre, arriva una telefonata inattesa.
“Devi venire, dai, c’è il Prof. che fa lezione in piazza. Ci siamo tutti”.
A Dario piacciono molto le giornate d’autunno e corre in piazza Dalmazia, nel giardino tra la strada e il mercato coi banchi verdi.

E ci sono davvero tutti, seduti per terra, vecchi compagni di scuola e tante facce più giovani, tra il monumento di sabbia ai caduti e le panchine antracite, dietro l’edicola. Si siede di lato, i mattoni rossi per terra sono tiepidi. “C’è ancora forza in quest’autunno rosa”, pensa e si mette ad ascoltare. Ma gli occhi non ce la fanno a stare chiusi in ascolto: il sole tintinna tra le foglie bianche del platano che piano si muovono e così ti invoglia a godere di tutto quel bagno di colore frammentato e disperso, tra cielo e terra, tra le persone vicine.

Parla un vecchio Professore, in mano il microfono, nell’altra l’aria cristallina che sembra tagliare con la manica bianca della camicia. Parla di salute – è un medico – e di quante disuguaglianze esistano oggi nella salute di poveri e benestanti, nel mondo e a casa nostra; mostra qualche numero in gesso su una lavagna messa lì dagli studenti (sembrano frammenti d’avorio, quasi fossero pietre, le ossa della terra), poi indica qualcuno.
La voce arriva tra i ragazzi che scrivono su fogli altrettanto bianchi ma che pian piano diventano neri di parole; e fa male, fa davvero male agli occhi tenere a mente le parole mentre i colori, tutti quelli dei vestiti, dei corpi e delle loro ombre, si muovono con loro. E ci sono suoni, il microfono, la strada e le persone intorno che vivono e si piegano sui propri passi. Ma essere lì è come essere in un centro in movimento, senza alternative, da cielo bianco a terra rossa e ritorno, in accelerazioni di parole e luce che ti aprono la testa e che a stento il corpo riesce a sopportare, inaspettate come un secchio di vernice su un abito immacolato e che ti strappano dal suolo. E dovunque giri lo sguardo le parole seguono l’orecchio e ogni dettaglio umano e materiale ti riempie la testa. Flash luminosi e illuminati sulle ingiustizia del mondo. Poi un suono multicolore, ultimo e accorato, in difesa di una ricerca libera e indipendente.
Parole vere, verità viste, colori sempre nuovi di pelle e oggetti.
Le parole si fermano, sospese in un punto di luce, le mani battono e Dario si alza per andare dove non so.

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Alberto

Alberto

Tanzania, October 2009

Siviglia, 14 settembre 1956

Ero giovane e a quel tempo facevo il fornaio nella mia città, in Toscana. Non avevo ancora viaggiato in altri paesi e l’idea non mi passava nemmeno per la testa. Avevo una bicicletta rossa e le sere d’estate andavo sempre a fare dei lunghi giri sulle colline; avevo tanti amici e a volte, tutti insieme con la bicicletta, andavamo a qualche festa, nei piccoli paesi di campagna. Poi, un giorno ho trovato una lettera davanti alla porta di casa mia. Qualcuno mi scriveva che dovevo andare a fare la guerra in Africa. “Io? E perché devo andare in Africa a fare la guerra a persone che nemmeno conosco?”, pensavo tra me e me mentre tornavo a casa in bicicletta quella sera. Mi ricordo che la notte non presi sonno, leggevo e rileggevo la lettera che diceva, in tono un po’ minaccioso: “Lei dovrà presentarsi il giorno 7 del mese corrente presso la caserma Tal dei Tali e unirsi al III Reggimento Fanteria dell’Esercito. Firmato, il Re.” A quei tempi in Italia c’era ancora il re ma non c’erano ancora i telefoni cellulari né Facebook e rintracciare una persona non era poi così facile. Così, alle tre di mattina (sai, i fornai si svegliano molto presto per andare a fare il pane) avevo preso la mia decisione. Mi alzai e, guardandomi allo specchio mentre mi sciacquavo la faccia, dissi: “Io non ci vado”.  A dir la verità, quel giorno, non andai nemmeno a lavorare, anzi, misi le mie cose in un vecchio baule, lo caricai sulla bicicletta e andai alla stazione. Di lì presi il treno per Genova e, pochi giorni dopo, mi imbarcai su una nave per l’America, lavorando come mozzo. Ero scappato per non andare a fare la guerra, ero andato via dall’Italia, solo con il mio baule pieno di pane e vestiti.

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